Fase 2: sindrome guardiano del faro in agguato. Lazzari: “È possibile superarla”


              Fase 2: sindrome guardiano del faro in agguato. Lazzari: "È possibile superarla"

Nell’immaginario collettivo il guardiano del faro è una figura affascinante, suggestiva. Nella sua versione romanzata è un personaggio che vive per mesi isolato dal mondo, non più abituato a relazioni sociali e capace di controllare tutto dal suo punto di osservazione; una condizione di vita singolare che ha dato nome ad una sindrome psicologica, la “sindrome del guardiano del faro”. Ed è proprio questo secondo David Lazzari, presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, il rischio concreto che molte persone corrono nell’affrontare la fase 2 e la ripartenza del Paese. Una fase in cui la vita lentamente si rimette in moto ma fuori da casa non c’è più ciò che avevamo lasciato due mesi fa, bensì una realtà diversa e per tutti nuova.

"Molte persone hanno vissuto la permanenza in casa come una reclusione anziché come una protezione – spiega Lazzari ad un’agenzia di stampa -. Ci siamo abituati a stare in casa perché l’uomo si adatta a tutto, isolamento compreso, e adesso riuscire fa paura, ci crea ansia e angoscia rispetto al messaggio che ci viene dato, cioè che fuori c’è un virus. E quello che prima era il quotidiano oggi ci appare estraneo e minaccioso, dunque ci sentiamo più fragili e diffidenti verso gli altri che rappresentano comunque una potenziale minaccia di contagio". "Ora siamo diventati tutti guardiani del faro che – aggiunge lo psicologo – una volta usciti dall’isolamento sono combattuti tra il desiderio di libertà e di ritrovare i propri contatti e la paura del ‘fuori’, un ‘fuori’ diverso perché minacciato da un virus".

Ma come superare la “sindrome del guardiano del faro”? "Quello che può proteggerci – prosegue Lazzari – è trovare dentro di noi un senso di equilibrio. Dobbiamo sviluppare una capacità di controllo nelle diverse situazioni in maniera nuova, in quanto ci viene chiesto di comportarci e relazionarci con un atteggiamento nuovo, diverso dal passato. Perché non si è chiusa una parentesi e si torna al ‘tutto come prima’, se così fosse sarebbe tutto molto più facile. Questa situazione diversa ci fa paura e ci chiede di riorganizzarci mentalmente".

"A livello psicologico e cerebrale – argomenta il presidente dell’Ordine degli psicologi – noi abbiamo degli schemi prefissati, abitudinari con cui facciamo le cose. Ora questi non valgono più, perché altrimenti rifaremmo le cose che facevamo prima, a partire banalmente dal dare la mano alle persone che incontriamo. Adesso bisogna modificare questi procedimenti, proprio come una persona che ha avuto un incidente e deve reimparare a fare cose che prima faceva automaticamente. O come quando impariamo a guidare la macchina", quando "stiamo attenti a ogni manovra, andiamo piano, ma una volta presa la mano guidiamo quasi automaticamente. Ecco, è come se fossimo tornati tutti neofiti, principianti rispetto alla vita", a una vita che ha cambiato le sue regole.

"Nella fase del lockdown noi psicologi nella abbiamo molto insistito sull’importanza di trasformare questo tempo perso in tempo ritrovato – ricostruisce Lazzari -. Finora abbiamo vissuto immersi in ritmi frenetici che ci hanno impedito di stare a contatto con noi stessi, ci hanno un po’ estraniato da noi stessi. Questa emergenza è stata una grande opportunità, ci ha riconsegnato ritmi e tempi, ci ha fatto fare un’esperienza unica, ci ha fatto ritrovare i rapporti umani, la solidarietà, una maggiore consapevolezza e tanto altro che dovremmo portarci dietro come un bagaglio prezioso". Dunque "da quella sensazione di tempo ‘sospeso’, sperando che sia stato tempo ‘ritrovato’ – conclude il presidente del Consiglio nazionale Ordine psicologi – dobbiamo passare a sentire un tempo ‘diverso’ che dobbiamo imparare a vivere riorganizzandoci psicologicamente. Non solo, dobbiamo creare nuove abitudini e nuovi comportamenti. La sfida ora è questa".
 


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